Dennis Bergkamp non è un giocatore qualsiasi. La sua storia è quella di un giocatore promettente, masticato e rigettato dal calcio italiano come un bidone qualsiasi prima, fuoriclasse assoluto e uno dei più grandi campioni della storia della Premier League poi. Una storia che dice molto della Serie A dei primi anni 90, ma forse anche dell’Italia di oggi.
Berkgamp arriva all’Inter nell’estate del 1993, nel tentativo del presidente Ernesto Pellegrini di cambiare l’identità tattica del club e regalargli una svolta più europea. Il giovane talento, il più puro della nobile scuola dell’Ajax dove in 7 anni è diventato l’erede di Van Basten, a 24 anni è al culmine della sua parabola olandese ed è riconosciuto da tutti come uno dei grandi talenti al mondo. Bergkamp era stato l’ultimo dei figli prediletti di Cruyff, che ne aveva assistito alla crescita quando allenava l’Ajax e lo aveva poi fatto esordire in prima squadra. Una figura paterna, che lo avrebbe voluto anche al Barcellona, ma a cui Dennis preferisce la sfida di giocare in Italia, da lui definita « il miglior Paese calcistico all’epoca».
All’Inter trova una tradizione di calcio verticale, un calcio totalmente diverso rispetto a quello in cui si è formato che sfrutta sia l’ampiezza che la profondità, costruendogli attorno lo spazio dove poter operare muovendosi liberamente. Ora arriva in un contesto tattico in cui gli viene sì data libertà di movimento, ma in un contesto in cui il dialogo con i compagni è ridotto al minimo e che lo costringono a un calcio non suo, a “predicare nel deserto.”
Ancora oggi Bergkamp descrive quella situazione tattica con incredulità: «Mi guardo indietro e i miei difensori e i centrocampisti che non sono saliti stanno bloccati nella nostra metà campo. C’è un’enorme spazio tra le linee ed è uno spazio vuoto. E mi uccide. E uccide la squadra, perché quando perdi il pallone hai perso i quattro giocatori che stavano attaccando mentre il resto della squadra era fermo ad aspettare che l’avversario arrivi». Bergkamp viene da un contesto tatticamente organizzato, dove viene insegnato a pressare dopo la perdita del possesso fin dalle giovanili. Ora si trova a giocare per una squadra volutamente spezzata in due. Bergkamp paragona la sensazione del suo stare in campo a quella di ritrovarsi su un’isola.
Da quest’isola Bergkamp vede lo spazio attorno a sé e ha i mezzi tecnici per sfruttarlo, ma non trova giocatori che parlano la sua stessa lingua calcistica e finisce per accartocciarsi in azioni sempre più manieriste, nel tentativo di risolvere da solo la situazione. Gioca su un piano parallelo a quello della squadra: lui vorrebbe associarsi, ma i compagni non lo seguono, corrono ma seguendo altre direzioni e altri istinti. La squadra ha un’idea diversa del gioco, vogliono soltanto che lui, con la tecnica di cui dispone, faccia la giocata. Se non ci riesce tanto vale che corra come gli altri.
Alcuni suoi compagni di squadra glielo dicono chiaramente: «prova ad approcciarti in modo leggermente diverso, prova a correre di più. Inizia così. Noi non ci aspettiamo che tu segni tre gol a partita, ma mettici un po’ più di impegno in campo». Un discorso che colpisce molto Bergkamp perché la richiesta dei compagni, quella di un maggiore impegno, dimostra la differenza culturale fra Italia e Olanda. Se all’Ajax Bergkamp doveva risolvere i problemi attraverso il gioco, dal punto di vista tecnico, all’Inter gli chiedono di correre di più, di stare più attento difensivamente.
Bergkamp e l’Italia parlano due lingue differenti, per dirla con le sue parole: «Sono passato dalla comfort zone dell’Ajax, gioiosa, piena di creatività, calorosa e giovanile a quest’atmosfera noiosa e di lavoro. Improvvisamente era un lavoro di quelli dalle nove alle cinque con tutti i giocatori che giravano con i musi lunghi. Dicevo: andiamo, facciamo una bella partita. E loro mi rispondevano: no, puntiamo ad un buon risultato».
Il suo rapporto con Ruben Sosa, compagno di attacco, è un microcosmo di tutta l’esperienza italiana, sia in campo che fuori. Sosa è una prima punta dall’ottima tecnica, ma spoglio di qualsiasi tipo di gioco fuori dall’area di rigore o in generale in rapporto con la squadra. Gli interessa solo fare gol, e lo fa anche molto bene, ma non si spende in movimenti per aiutare la manovra e non si associa con i compagni. Una tipologia di punta comune negli anni ’90, che però non si sposa per niente con chi, come Bergkamp, vede il calcio in rapporto ai compagni: Sosa è interessato solo al movimento verso la porta e, per quanto ci provi, Bergkamp non può limitare il suo calcio al filtrante per il compagno. Bergkamp vuole coinvolgere anche chi gli sta attorno, Sosa vuole dribblare l’avversario e tirare in porta: due modi opposti di vedere il calcio.
Bergkamp trascorre così due stagioni all’Inter da eterno incompiuto, fra alti e bassi come la vittoria della Coppa UEFA nel 1994, vinta da trascinatore, e una retrocessione scongiurata solo all’ultima giornata, per poi trasferirsi all’Arsenal per 19,2 miliardi di lire, una cifra inferiore a quanto pagato e che suonerà ridicola a distanza di tanti, folgoranti anni. Superata la tentazione del ritiro, a Londra trova un clima più rilassato, una squadra che gli permette di giocare il suo calcio e con cui scriverà delle splendide pagine di successi.
Il fallimento di Bergkamp esprime dunque quello dell’Inter di quegli anni, che provava ad essere all’altezza del Milan a suon di colpi di mercato, ma senza riuscire a scegliere un progetto tecnico coerente. I due anni di Bergkamp in Italia sono molto di più della storia di un giocatore domato dal calcio italiano. Sono anche una fotografia della realtà della Serie A dell’epoca, post rivoluzione sacchiana, in cui Bergkamp ha dovuto scontrarsi con il vecchio modo di fare e pensare calcio, in mezzo a una “guerra di religione” di cui aveva scelto il lato per lui più scomodo.
Una vicenda e una storia che forse è particolarmente significativa se rapportata a quello molti fra le giovani generazioni, a partire da quelle nate più o meno in quegli anni, dai millennials, vivono oggi nel nostro Paese: un’Italia che a parole vuole essere innovativa, vuole accogliere il nuovo ed essere all’avanguardia, ma che spesso nella pratica è priva della più semplice progettualità e prigioniera di categorie e prospettive vecchie di quarant’anni non più funzionali al presente.
Un’Italia che non è un “Paese per giovani”, che forma le persone guardando magari a esempi locali virtuosi e ad avanzati modelli europei, ma che poi tende a pretendere un’approccio lavorativo e operativo obsoleto, in parziale (se non in netta) contraddizione con quelle che sono la formazione e i percorsi proposti o lo sviluppo seguito da realtà nazionali più intraprendenti della nostra.
Una generazione che vede sistematicamente preferita i Sosa ai Bergkamp, chi bada al risultato a breve termine e si muove in autonomia, non giocando di squadra, a chi lavora per costruire un network che valorizzi le individualità e favorisca la crescita reciproca. Lo stesso Bergkamp prova a razionalizzare il fallimento mettendolo nella prospettiva di una crescita personale: «Ho imparato ad essere più professionale, ho imparato a giocare con chi era in campo più per sé stesso che per la squadra».
Una generazione spesso costretta a scegliere fra rinunciare alla propria specificità per potersi integrare, impoverendo sé stessa e il Paese, o cercare altrove, all’estero, un contesto in cui realizzare appieno i propri talenti, determinando così le fortune altrui. Bergkamp ama ancora parlare del suo flop italiano con lo stesso spirito di un giovane che ha cercato e trovato il proprio riconoscimento altrove. Il suo rapporto con l’Italia non è ancora sanato, c’è una nota di rammarico quando guarda ai due anni all’Inter: «Amavo tanto il Paese e la mia vita personale non sarebbe potuta andare meglio».
Bergkamp ha rappresentato l’ideale della scuola calcistica olandese: un attaccante che vive leggendo gli spazi attorno a sé e che con la sua tecnica sopraffina può coinvolgere e unire tutti quanti i punti in campo. La storia dell’insuccesso di Bergkamp è l’ennesima conferma dell’importanza del contesto per l’espressione di un talento, qualunque sia la sua grandezza. Una storia che, forse, può offrire a tutti degli spunti su come convogliare le energie nuove del Paese, ed evitare di guardare con rimpianto fra una decina di anni a una “generazione Bergkamp”.
Damiano Chirico
Per la parte sportiva ho consultato “Dennis Bergkamp e l’Inter, lost in translation” di D. V. Morrone per la rivista online “l’Ultimo Uomo”