Il Vangelo di Matteo inizia con una genealogia di Gesù, una lunga serie di nomi propri che passano in rivista ampia parte dell’Antico Testamento e richiamano alla memoria molte storie. Di particolare interesse è il fatto che in questo lungo elenco compaiono cinque donne in mezzo a quarantadue uomini. Se non sorprende che Maria venga nominata, essendo la madre di Gesù, perché l’autore fa il nome di altre quattro donne, Tamar, Raab, Rut e Bat-Sceba, moglie di Uria?
A questa domanda vengono spesso date due risposte divergenti. La prima è che le quattro donne sono accomunate dal fatto di essere delle peccatrici, a causa di un uso eccessivo di dubbie pratiche sessuali, e sono state incluse nella genealogia per chiarire che Gesù è nato per liberare l’umanità dai suoi peccati. Una risposta che tradisce un’impostazione androcentrica che associa le donne alla sessualità, collegando la sessualità con il peccato e che chiude gli occhi di fronte alla reputazione, non proprio irreprensibile, di molti uomini della genealogia.
La seconda risposta è che le quattro donne sono di origine straniera: Rut è una moabita, Raab proviene da Gerico, città cananea, e il marito di Bat-Sceba, Uria, è un ittita. Che anche Tamar sia straniera lo si deduce dalla letteratura protogiudaica. Queste donne non ebree rimandano a un orizzonte universale: Gesù ha sangue straniero nelle vene, discende certo dal popolo d’Israele, ma è importante anche per i pagani. Questa risposta ha il difetto di attribuire a Tamar e a Bat-Sceba una caratteristica che nella Bibbia ebraica è, in modo palese, solo di Raab e Rut.
Una terza risposta, data dall’esegeta Wim Weren sulla base di diversi studi, è molto più interessante: concentrandosi sulle analogie fra le quattro donne e Maria, anziché sulle differenze, sottolinea che in tutti e cinque i casi Dio conduce a compimento la storia d’Israele mediante persone eccentriche. Le cinque donne hanno in comune il fatto che tutte, per un certo tempo, sono venute a trovarsi al di fuori del legame della famiglia patriarcale. Ciascuna di loro ha avuto un figlio la cui nascita poteva facilmente destare il sospetto di qualche comportamento illegale.
Nella Genesi Tamar viene data in sposa da Giuda al suo primogenito Er e, dopo la morte di quest’ultimo, al secondogenito Onan, secondo la legge del levirato. Morto anche Onan, Giuda rimanda Tamar a casa di suo padre temendo che sia lei la causa della morte dei due figli. Quindi Tamar si adopera per far sì che la legge possa ancora seguire il suo corso: al fine di ottenere un discendente per Er, si copre d’un velo e aspetta suo suocero lungo la strada il quale, pensando di trovarsi di fronte a una prostituta, fa l’amore con lei. Quando la gravidanza di Tamar viene scoperta e Giuda la condanna al rogo con l’accusa di essersi prostituita, lei mette il suocero a confronto con la prova inconfutabile che lui in persona ha dormito con lei. Giuda ammette allora che Tamar è una donna giusta. Il ruolo di Tamar, dunque, si può riassumere così: servendosi in modo creativo della legge del levirato, riesce a impedire che, con Giuda, la storia d’Israele giunga su di un binario morto.
La storia di Rut è ancora più strana di quella di Tamar: è una moabita che sperimenta la prematura morte del marito, originario di Giuda. Come Tamar è senza figli, ma, essendole morti anche il cognato e il suocero, è totalmente esclusa dalle disposizioni di legge del levirato. Né la famiglia può avere un seguito tramite sua suocera Naomi, che si sente ormai troppo avanti negli anni. Naomi e Rut riescono a uscire da questo vincolo cieco attraverso un impegno comune: tornate da Moab a Betlemme, Rut si reca a spigolare sapendo di attirare l’attenzione di Boaz, lontano parente di sua suocera. Allacciandosi a questo fatto, Naomi manda Rut di notte nell’aia dove Boaz pernotta, episodio a cui ci si aggancia per attribuire a Rut una dubbia reputazione: sull’aia essa avrebbe permesso a Boaz di unirsi a lei. Per quanto il testo non si esprima chiaramente in materia e, anzi, il seguito del racconto lasci supporre che Rut e Boaz abbiano avuto rapporti solo dal momento in cui la loro relazione diventa legale, la stranezza è che Boaz eserciti nei confronti di Rut il diritto di riscatto quando il suo dovere di redentore fosse unicamente nei confronti di Naomi. Ulteriore difficoltà sarebbe l’esistenza di un altro parente che dovrebbe precedere Boaz nell’obbligo di compiere quel dovere, ma questi si tira indietro non appena Boaz lo informa che non solo deve rispettare le proprietà di Naomi, ma anche sposare la giovane nuora moabita. L’aspetto speciale di questa storia risiede nel forte affiatamento tra una donna proveniente da Moab e una proveniente da Giuda: unite, esse riescono a ottenere una posizione nella classe sociale di Betlemme.
Secondo Matteo, Raab è moglie di Salmon e madre di Boaz, affermazione che non trova riscontri nell’Antico Testamento: Raab vive all’epoca dell’ingresso nella terra promessa, Boaz vive al tempo dei giudici. Raab è una prostituta cananea che svolge la sua attività a Gerico e vive isolata dalla sua tribù, in una casa addossata alle mura della città. Rischiando la vita, accoglie due spie israelite in casa sua, ignora l’ordine del re di consegnare i due uomini e procura loro una buona via di scampo. I motivi di questo comportamento vengono ben spiegati: Raab, la cananea, viene descritta come una persona desiderosa di associarsi alla fede d’Israele, e per questo lei e la sua famiglia sopravvivono alla distruzione di Gerico e possono vivere insieme al popolo d’Israele. Grazie a Raab, la storia d’Israele prosegue e i cananei sono stati in grado di conservare un loro posto nel paese governato da Israele.
Bat-Sceba è la figlia di Eliam, appartenente all’alta aristocrazia di Gerusalemme, ed è sposata con l’ittita Uria, figura di primo piano nell’esercito di Davide. Nel secondo libro di Samuele, mentre l’esercito è in guerra, l’occhio di Davide cade su di lei che sta facendo un bagno per purificarsi del periodo mestruale. Quest’ultimo dettaglio viene dato solo dopo che Davide l’ha fatta venire al suo palazzo e ha avuto un rapporto sessuale con lei: si chiarisce così che la causa della gravidanza, comunicata qualche tempo dopo al re, non può essere Uria. Poiché ora può facilmente essere accusata di adulterio, si viene a trovare in una situazione di grande vulnerabilità: è ancora moglie di Uria, ma è in attesa di un figlio del re. Davide pianifica così la morte di Uria, forse messo al corrente dell’accaduto, in battaglia. Non appena termina il periodo del lutto, il re accoglie la moglie di Uria nel suo Harem. Dall’irritazione di Dio per quanto accaduto e dalle parole del profeta Natan, che segnano l’inizio del declino di Davide, appare chiaro che qui non è Bat-Sceba che va guardata con diffidenza, essendo essa la vittima e non la colpevole: Dio fa morire il figlio nato dal rapporto avuto con Bat-Sceba mentre Uria era ancora invita. Dopo la morte di questo figlio, Davide e Bat-Sceba generano Salomone. Se nel secondo libro di Salomone non risulta che essa fosse intenzionata fin dall’inizio a portare sul trono suo figlio, le cose cambiano nel primo libro dei Re: prima, insieme a Natan, istiga Davide in punto di morte a indicare Salome come suo successore anziché Adonia, autoproclamatosi re, poi manovra un intrigo d palazzo per indurre Salomone a togliere di mezzo il suo fratellastro che continua a mirare al trono. Bat-Sceba assume qui un ruolo attivo per far sì che il regno di Davide passi a Salomone.
La storia d’Israele sarebbe stata interrotta prematuramente se queste donne non avessero progettato strade alternative verso il futuro. In tutti i casi le donne, pur partendo in molti casi da situazioni protette all’interno della loro famiglia, clan o popolo, in conformità alle leggi del tempo, vengono a trovarsi in una situazione precaria, che le colloca al di fuori se non in contrasto con le leggi. In questa nuova situazione, le donne si scontrano con difficoltà impreviste nel progettare strade alternative che contribuiscano alla prosecuzione della storia d’Israele, ma tutte le storie finiscono bene: le donne non solo vengono riaccolte nella società, ma grazie alle loro azioni ottengono una posizione nella società alla quale non appartenevano in precedenza.
Il modo in cui queste donne agiscono pone una certa luce sulla posizione di Maria: anche lei da promessa sposa di Giuseppe, si trova in una situazione simile a quelle che hanno vissuto Tamar, Raab, Rut e Bat-Sceba. Per la sua gravidanza Maria è facile preda di chiacchere secondo le quali sarebbe andata con un altro uomo oppure sarebbe stata violentata. Non solo: Giuseppe, fedele alla legge, vuole inizialmente prendere misure disciplinari contro Maria. Solo successivamente, al di là di ogni aspettativa, Giuseppe accoglie Maria in casa sua e ne riconosce il figlio come suo. Soprattutto, seppur in un ruolo più passivo rispetto alle quattro donne dell’Antico Testamento, Maria ha un ruolo di cruciale importanza per la casa d’Israele che riassume e supera le predecessore: nella genealogia di Matteo è proprio a quel punto dell’elenco che il riflettore si sposta improvvisamente da GIuseppe a Maria, secondo una dinamica di assoluta rottura con quanto visto fin lì. Per Gesù, ultimo della lista, viene detto che discende da una madre, che certo ha un marito, che però non è il suo padre biologico. La posizione speciale occupata da Maria e Gesù è preparata dalla menzione delle quattro donne dell’Antico Testamento: esse gettano un ponte tra i trentacinque figli di cui si nomina solo il padre e il figlio di cui si menziona solo la madre.
Questa presenza femminile alla culla di Gesù ci dice due cose. La prima è l’importanza degli studi esegetici al femminile, che non consentono lo sviluppo di un metodo a parte, ma contribuiscono al superamento della tacita elevazione del modello maschile a norma dell’umano nell’interpretazione dei testi, biblici e non solo, che fa sì che gli aspetti femminili vengano negati o messi in secondo piano. Gli studi al femminile usano strategie di lettura differenti per mettere in evidenza le immagini positive di donne, restituendo ai testi interpretazioni più ricche e profonde.
La seconda, e la più importante, è lo scoprire, accostando le diverse storie, come queste donne siano collegate non solo fra di loro, ma anche con Maria, la madre di Gesù: la luce specifica che Matteo getta sulle quattro donne dell’Antico Testamento si riverbera e si intensifica nella storia di Maria. Una vicinanza che testimonia una universalità e una centralità del femminile dove forse non ce lo aspetteremmo: nonostante, o forse a causa, della drammaticità delle loro storie, della loro capacità di muoversi lungo il confine della marginalità, dentro e fuori i perimetri legali e sociali, queste donne sono destinate a rivestire un ruolo eroico. Figure eccentriche che con il loro collocarsi al limite della morale e dei costumi patri contribuiscono, ogni volta con una svolta decisiva, alla prosecuzione della storia d’Israele e, forse, all’avvento della salvezza nel mondo.
Damiano Chirico