“Si tratta di imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario, ama l’esito positivo invece del naufragio. Sperare è superiore al temere: non è passivo come questo, né è chiuso in un nulla. L’effetto della speranza si allarga, amplia la dimensione umana anziché restringerla, non può mai sapere a sufficienza a cosa miri interiormente e cosa la vincoli all’esterno. Il lavoro di questo affetto esige uomini che effettivamente si gettino dentro a quel divenire a cui essi stessi appartengono. Non sopporta la vita da cani di chi si sente gettato passivamente nell’essere senza penetrarlo, riconoscendolo molto miseramente. Il lavoro contro l’angoscia della vita e gli intrighi della paura è il lavoro contro i loro fautori in gran parte facilmente identificabili, è ricerca nel mondo stesso di ciò che aiuta il mondo: tutto ciò si può trovare.”
Con queste parole Ernst Bloch, ne Il principio speranza, presenta e propone la speranza come un principio che che alimenta le singole intelligenze e volontà. Non solo: sorregge e determina anche la stessa capacità di immaginare il futuro, la capacità di andare oltre l’esistente costruendo e tracciando strade e sentieri ancora impensabili. È il voler andare oltre le contraddizioni e le storture del presente, è il non abbandonarsi al timore, chiudendosi in noi stessi, ma il coraggio di aprirsi, agli altri e al futuro.
In un presente che rischia di ripiegarsi su se stesso, fra cinismi e paure, la speranza, intesa come apertura, ricerca e accoglienza del futuro, e la fede di riuscire a incarnare anche noi, con i nostri gesti, la bellezza nel quotidiano, può e deve dire la sua. Un principio concreto che oggi, nel quadro contemporaneo, ha particolare senso riscoprire e riproporre, per affrontare il presente e, soprattutto, costruire un futuro migliore.
Damiano Chirico